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IL POPOLO DELLA VALLE DELLA SIGNORA

a cura di Paolo Oliva

Monti Iblei
Noto (Siracusa)
Sicilia Sud Orientale
Lunedì, 10 giugno 1891

Tomba Castellucciana

“L’attesa non sfiora minimamente quell’uomo, egli è dritto in piedi poggiato al suo inseparabile bastone e non sembra stanco. Gli operai sono in piena attività e molto ansiosi, ma a tutti, il pensiero che quella fatica sotto il sole cocente dei primi mesi d’estate, potesse essere ripagata, li sprona ancora di più a continuare. Nel primo pomeriggio gli uomini hanno messo a nudo una poderosa pietra tombale, che chiude l’accesso ad una tomba, e sono intenti a staccarla cautamente dagli intonaci sigillanti. A questo punto pare chiaro a tutti che questa tomba non è stata mai violata da nessuno e che i presenti sono i primi ad entrarvi per l’esplorazione. Un silenzio assoluto ed irreale scende nella vallata, nessuno parla, tutti sono consapevoli che stanno partecipando a qualche cosa di veramente straordinario. Poi quell’uomo austero scende lentamente a passi misurati e piegandosi sulle ginocchia guarda dove i suoi operai stanno lavoravano. Sembra troppo bello perché fosse vero, pensa sicuramente dentro di se, bisognava però stare attenti a non farsi prendere troppo dall’euforia, infatti alle spalle del gruppo di persone concentrati all’apertura della tomba, fra un paesaggio unico ed indimenticabile, un precipizio di svariate decine di metri, indica a tutti di procedere con estrema cautela e di smorzare i facili entusiasmi.
Lentamente viene spostata la pesante pietra tombale che chiude l’imbocco dell’antica sepoltura, è una possente pietra arenaria ricavata da un unico blocco. Ecco fatto, il lavoro sviluppato in questi giorni è coronato da successo. Il buio più assoluto si presenta agli occhi dei primi scopritori, ma, tutti aspettano gli ordini dell’illustre conoscitore che viene da Siracusa. L’uomo austero, infatti, ordina d’illuminare la tomba con delle fiaccole e si fa luce l’interno della grotta, ma nessuno osa entrare, come presi da un timore istintivo collettivo, infatti, restarono tutti a guardare davanti al varco praticato. Fu sicuramente un momento di grande emozione per quell’uomo venuto da lontano, si trova ora sulla soglia di quella che potrà rivelarsi una magnifica scoperta dell’archeologia siracusana”.

Questa descrizione, anche se sicuramente fantasiosa ed immaginaria, è il resoconto di una dura giornata di lavoro durante una campagna di scavi condotta nel territorio di Castelluccio, una località impervia a circa venti chilometri da Noto. Quell’uomo giovane ma austero, allora più che trentenne, deciso, magro, con dei folti baffi, era l’archeologo Paolo Orsi, che in seguito diventerà Soprintendente della Sicilia Orientale e del Centro Meridione degli Scavi Archeologici, funzione che deterrà per molti anni.
Ma chi era questo popolo così laborioso che abitò quelle contrade?
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La risposta, trattandosi di epoca preistorica, non può avere un esito certo. Mentre per i Siculi, che arriveranno circa trecento anni prima della colonizzazione dei greci, quindi molto, molto più avanti di questo “racconto” romanzato, abbiamo certezze da parte di vari scrittori greci, quindi con testimonianze scritte, invece, per questi popoli si hanno solo i manufatti e le opere, più che altro funerarie, pervenute fino a noi. Il resto è solo oblio, “oscurità archeologica”. Pertanto, non possiamo dare a questa gente, a questa etnia, nessun nome indicativo ufficiale.
Lungo una profonda gola chiamata oggi “Cava della Signora”, s’insediò questo popolo venuto da lontano molto probabilmente da terre del Mediterraneo Orientale. Furono proprio loro, queste popolazioni, che spostandosi in migrazioni di massa raggiunsero, attraverso l’Italia meridionale via terra o navigando lungo le coste del Mar Ionio, la Sicilia. La loro provenienza è pertanto avvolta da mistero. Ma, stando ai manufatti rinvenuti, al modo di seppellire i propri morti, simili a quelli della vicina Malta e dalla parzialmente vicina zona egea e micenea, nulla toglie che venissero da quelle parti. E’ accertato che con queste zone avessero, comunque, delle relazioni commerciali, quindi degli stretti legami. Se poi furono i Maltesi a venire in Sicilia o questi “sicilioti misteriosi” ad andare a Malta, questo non ci è dato sapere.
Ma perché furono spinti a questa migrazione?
Molto probabilmente dovuto, come per altri popoli storici, ad un fatto eclatante: alla mancanza di spazi vitali di sopravvivenza (alimentazione insufficiente e non per tutti); all’aumento eccessivo della popolazione, a delle calamità naturali a noi conosciute o sconosciute.
Questo popolo portò con sé l’usanza di seppellire i propri morti in tombe chiamate “a forno” per il loro particolare tipo di costruzione che li rende simile ad un forno per la cottura del pane. Le tombe sono ricavate dalla viva roccia. In questa vallata ne sono state individuate e censite circa 200, ma di queste necropoli più o meno grandi n’è piena la Sicilia Orientale. Si è anche individuato dove dovesse sorgere il sito abitativo dei castellucciani: sorgeva su un promontorio roccioso a forma di sperone a strapiombo nella sottostante “Vallata della Signora”, il luogo scelto era in posizione alta che dominava l’attuale territorio del ragusano, lungo la valle del fiume Tellaro ed era sicuramente in una posizione ottimale da eventuali incursioni nemiche e per il controllo del territorio. Questo luogo ha dato il nome codificato dagli archeologi come: “Civiltà di Castelluccio” o “Cultura Castellucciana” – prima età del bronzo, questo luogo incantevole, ci ha lasciato le testimonianze più significative di quel periodo che è stato individuato agli inizi del 2° millennio a.C. Molti archeologi accreditati hanno portato questa data più indietro e quindi verso la fine del 3° millennio. Ma, la parola fine penso, non si potrà ancora mettere, perché nuovi studi porteranno a nuovi capovolgimenti.
Paolo Orsi ebbe la fortuna di trovare diverse tombe ancora intatte con gli ingressi abilmente camuffati e fu ancora più fortunato nel trovare delle lastre in pietra che servivano come chiusura con inciso un disegno geometrico, per certi versi misterioso, quasi come se questi nostri antenati, di questo passato lontano, ci avessero voluto lasciare e tramandare un enigma sotto forma di “indovinello” rupestre, quasi un “rompicapo”. Queste chiusure tombali in pietra, così inusuali sono oggi esposte presso il museo di Siracusa che porta il nome di questo grande, insuperabile ed infaticabile Paolo Orsi: il loro scopritore. Queste lastre decorate con un bassorilievo di estrema stilizzazione sono di difficile interpretazione, anche se sono state spiegate dagli archeologi che, concordemente vedono in questa rappresentazione rupestre, il simbolo dell’atto sessuale, quindi a quelle forze misteriose per allora che soprintendevano al meccanismo della procreazione e nel contempo della morte.
Ma continuiamo la nostra descrizione immaginaria della campagna di scavi svoltasi a Castelluccio di Noto in contrada “Cava della Signora”, circa cento anni fa circa.

Chiusino tombale

“Paolo Orsi manda dentro la tomba per primo Isidoro, con una fiaccola accesa. Isidoro, è un operaio di bassa statura, proveniente dalla zona di Sortino, che bene si presta a superare agilmente l’ingresso della tomba. L’operaio, appena entrato, guardatosi attorno chiama con voce stupefatta e con un tono di meraviglia il professore, questi, quasi ginocchioni e con difficoltà, entra dentro la tomba appena aperta. Quell’uomo austero di poche parole che, se non fosse stato per la sua professione di archeologo, che esercita ormai da anni, sembra un ufficiale dell’esercito austriaco, incute in apparenza paura e rispetto, ma tutti sanno invece che è una persona buona ed affettuosa ma che esige però, contemporaneamente, il massimo impegno nel lavoro sia dai suoi funzionari della Soprintendenza sia dall’ultimo dei suoi collaboratori ed operai.
Il rischiarare dalle tenebre millenarie quella tomba, è un evento da “pelle d’oca” dirà in seguito Isidoro l’operaio scavatore, questi ha collaborato con Paolo Orsi in altre campagne di scavi nella zona di Pantalica e quindi è abituato a non aveva paura di niente. Agli occhi di Paolo Orsi e dell’operaio Isidoro si presenta una scena incredibile, non una salma o due, ma addirittura bel 14 e forse più. Gli scheletri sono quasi tutti smembrati e i loro crani sono disposti al limite delle pareti della tomba, mentre le ossa rimanenti sono ammucchiati in un altro lato, sembrano in una prima visione: scarnificati, solo uno e posto sul lato destro ancora composto quasi per intero. E’ almeno dallo scheletro rimasto di bassa statura, sotto il cranio di quest’ultimo scheletro dalla struttura ossea integra, è sistemato un oggetto appuntito, che in prima analisi sembrerebbe un coltello di selce (silice) ed un’accetta dal manico di legno ormai quasi sbriciolato dal tempo. Un’altra freccia è infiltrata fra le ossa della cassa toracica di destra, nella zona del cuore (E’ se fosse questa freccia fatale scagliata chi sa da chi ad uccidere quest’uomo?). Accanto ai resti del defunto è collocato un corredo funerario di tutto rispetto: amuleti, collane in osso, in ambra, conchiglie, spicca fra tutti, per la sua grandezza, un’anfora dalla bocca larga (forse conteneva l’acqua), segno questo forse di un simbolismo di conoscenza primordiale dell’aldilà, della vita dopo la morte.
Che cosa era successo migliaia d’anni fa in questa zona? Perché tutti quei resti umani ammucchiati in una stessa tomba?
Una morte collettiva dovuta ad un’epidemia, morti probabilmente in combattimento, oppure ci troviamo, chissà, in una sorta di tomba di famiglia, riutilizzata in successive deposizioni di resti mortali di varie componenti della stessa famiglia.
La sera è incombente, si stava facendo ormai buio, il sole è da poco tramontato dietro le colline dei monti del modicano. Il professore ordina di sospendere gli scavi e invita gli operai a tornare verso le proprie case e da loro l’appuntamento per l’indomani mattina all’alba. Lui, guarda l’ora nel suo orologio da taschino, poi si consulta prima con i suoi collaboratori diretti venuti al suo seguito da Siracusa, poi si mette da parte da solo e comincia a prendere degli appunti e a tracciare dei disegni su dei fogli di carta.
Dalla vicina Noto arrivano quattro carabinieri a cavallo seguiti da un carro con il pianale coperto da un telone color sabbia, sul sedile di guida ci sono altri due carabinieri. Il gruppo di militari è stato chiamato sicuramente dalla Soprintendenza di Siracusa su disposizione di Paolo Orsi, i carabinieri si dispongono a sorvegliare la tomba e la zona circostante e si preparano a passare la notte approntando due tende da campo. Alla vista dei carabinieri un operaio, parlando a bassa voce con un suo collega gli dice che, non riusciva a capacitarsi del fatto che: “Se il professore ci ha detto, poc’anzi, che quei morti erano sepolti lì da oltre tremila anni, che ci facevano i carabinieri di Noto, che cosa dovevano sorvegliare dei morti ammazzati? Quel pover’uomo, privo di sapere, non riusciva a comprendere.
Verso le undici della mattina seguente, infatti, arrivano da Siracusa altri carri militari con la scritta, sia sul telone di copertura, sia sulla targa: Regio Esercito Italiano. I militari scendono dai carri delle grosse casse in legno, vi sono anche dei cassettoni sempre in legno dai bordi bassi. Gli scheletri degli uomini della “Valle della Signora”, sono portati fuori dalla tomba con mille precauzioni e cautele e sono sistemati dentro le casse in legno. Da quella tomba a corredo funerario sono portati alla luce numerosi vasi, quasi tutti in ottimo stato di conservazione con incise figure geometriche. Escono fuori anche delle ossa di animali, piccoli mammiferi, segno questo che del cibo insieme a dei contenitori per l’acqua era deposto accanto ai morti, in una sorta di vita oltretomba, come abbiamo già detto. Vengono portati fuori poi: lisciatoi, aghi d’osso, punteruoli ed altro, che sono prima catalogati per grandi linee, secondo la tipologia e poi sistemati con cura dentro i cassettoni di legno. Accanto a degli scheletri si trovano anche degli strani manufatti, si trattava di ossa lunghe lavorate al loro interno a forma di “rosario continuo”, forse rappresentanti amuleti porta fortuna. Gli archeologi li hanno chiamati “ossa a globuli”.
A poca distanza, lungo un costone in discesa, i lavoratori chiamano a voce smorzata il prof. Orsi. Segno che è stato trovato, in un altro luogo della Valle della Signora, una seconda pietra tombale che chiude forse una seconda tomba. L’euforia cresce e tutti sono soddisfatti per l’esito di questa campagna di scavi.

Qui finisce la descrizione immaginaria della campagna di scavi condotta dal Paolo Orsi nell’estate del 1891.
Non molto si conosce sulla spiritualità religiosa di questo popolo venuto da lontano, sicuramente queste popolazioni credevano in una forma di vita dopo la morte, non si può spiegare altrimenti questo modo di seppellire i loro cari defunti, con tombe altamente elaborate per quell’epoca e principalmente sulla deposizione sfarzosa del corredo funerario. Come se la vita dovesse continuare in un altro luogo. Infatti, costruivano in maniera quasi ossessiva centinaia di tombe scavate nella roccia viva che effettivamente hanno sfidato i secoli e sono arrivati fino a noi. In contrapposizione invece, costruivano e abitavano in ripari precari, forse in legno, di cui per casi solo fortuiti sono rimaste le tracce e pervenute a noi.
Tutto questo colpisce l’immaginazione e ci fa apprezzare ancora di più questo popolo che vide i suoi secoli di gloria e di declino intorno al secondo, per alcuni terzo millennio A., in piena età del bronzo, molto prima dell’arrivo dei colonizzatori greci.
Ci piace terminare questo racconto in maniera allettante, quasi enigmatica sul popolo dei “Castellucciani”, ponendoci una domanda. E’ se fosse un popolo proveniente dalla zona di Santorini (Isola del gruppo delle Cicladi) a circa 250 chilometri dall’Isola di Creta, etnia erede della civiltà minoica migrata molto prima dell’eruzione del vulcano, avvenuta come fonti storiche 3600 anni fa, eruzione, che provocò la scomparsa di questa civiltà? Questo popolo forse s’insediò a Malta e nella Sicilia Sud-Orientale, mantenendo però rapporti economici e di parentela con la madrepatria? Può essere una verità e una non verità. Gli archeologi, giustamente, non si esprimono. A noi, non “Addetti ai lavori”, ci piace cullarci nel mondo della fantasia.
Oggi il sito è visitabile per gli amanti della natura e del sentierismo, fra gli odori della mentuccia selvatica e della nipitella fra alberi d’olivo e carrubo, lontano dai rumori e dal caos delle città. Il sito archeologico si trova in uno scenario indimenticabile che dà nella valle del fiume Tellaro ai confini con la provincia di Ragusa, lungo la provinciale che unisce le Frazioni di Testa dell’Acqua e Rigolizia all’ottavo chilometro seguendo a destra le indicazioni turistiche.