Archeologia rupestre nel siracusano

INTRODUZIONE

a cura di Paolo Oliva

INQUADRAMENTO GENERALE

L’antichissima tradizione di abitare in grotta nel territorio dell’altipiano ibleo, è legato alla necessità di difendersi dagli assalti degli animali selvatici e da aggressioni nemiche. Principalmente dava l’opportunità di avere un rifugio stabile e duraturo che non poteva subire inondazioni o essere divorato dalle fiamme. L’altipiano ibleo offriva tutte queste caratteristiche. Furono trovati i luoghi ideali per stabilire le loro dimore, utilizzarono numerose grotte naturali, frequentate in continuo fin dalla notte dei tempi. Non è azzardato affermare infatti, che la frequentazione di questi luoghi risalga al loro utilizzo da parte di popoli vissuti nel siracusano prima della venuta dei Siculi. La conformazione geologica con numerose zone di calcarinite, in altre parole di natura tufacea ha permesso di realizzare poi cavità confortanti al riparo dal freddo e con buon refrigerio d’estate. Tutto questo attraverso un duro lavoro di scavo e di adattamento.

Particolare attenzione i nostri antenati dimostrarono nella scelta dei luoghi, scelsero zone molto isolate dai centri abitati luogo la costa siracusana, cave impervie con le abitazioni alte anche 10 – 20 metri e a strapiombo sulle sottostanti vallate, dove scorreva sempre un corso d’acqua e con vicine sorgenti naturali o canalizzate per l’approvvigionamento dell’acqua, vedi gli insediamenti rupestri di Cava delle Cinque Porte, Ddiery di Bauly, l’Antica Buscemi ed altri.

Nel periodo relativo alla colonizzazione greca e successivamente in epoca romana, nel siracusano questi luoghi nascosti rupestri, si ritiene che siano stati abitati solo da sbandati, ricercati, da povera gente, in ogni modo svantaggiata per vari motivi rispetto alla popolazione delle città, che certamente in questo periodo si sentiva più protetta dentro le fortificazioni di una città. Non si sceglieva certo di abitare in queste scomode abitazioni scavate nella roccia, rispetto alle agiatezze e all’opulenza delle città. Chi poteva abitare in questo stato d’assoluto sacrificio se non determinate fasce sociali?

Molti siti rupestri più ameni, specialmente quelli in ipogeo, in epoca greco-romana avevano uno scopo prettamente religioso vi si svolgevano, con ogni probabilità, pratiche culturali in grotta a sfondo d’omaggio, venerazione e adorazione a figure divine legate al sistema politeistico del mondo religioso greco-romano. Centri per la venerazione legati al culto delle acque e delle sorgenti in particolare
La storia dell’uomo è stata testimone di questi culti, perché da sempre il “magico” ha prediletto luoghi solitari e lontani dai centri abitati. Permettevano all’essere umano di porsi a diretto contatto con la natura, con il divino e con i numerosi dei di allora. Le grotte e gli ipogei dell’altipiano Ibleo, rispondevano perfettamente a questi canoni ed esaudivano questo bisogno.

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L’abitare in grotta ritornò ad essere preferito, perché dava più possibilità di garanzie di sopravvivenza, dopo il periodo della caduta dell’impero romano e del modo di pensare della civiltà romana. Anche nel siracusano si assistette alla sistematica distruzione dei centri abitati, molti dei quali furono messi “a ferro e fuoco” da parte d’orde d’invasori barbarici di tutte le razze e di tutte le specie che arrivavano principalmente dal mare. Entrò in crisi il sistema organizzativo ed amministrativo dell’impero romano che ebbe i suoi effetti negativi e contraccolpi anche in questo nostro territorio. Mancavano i viveri e i rifornimenti, che venivano dalle campagne per sfamare la popolazione, non si coltiva più il grano, comincia a scarseggiare l’acqua, molte sorgenti sono danneggiate ed inquinate. Bisogna poi ricordare che uno dei principali obiettivi civili del pensare romano era la viabilità, cioè quelle opere di ingegneria che permetteva di abbreviare il più possibile le distanze fra le città, rendere più agevoli i tracciati stradali con la costruzione di strade preparati con basamento particolare con ponti e argini per i fiumi. Opere pubbliche atte a sfidare i secoli.
Se l’organizzazione statale romana, mantenne in vita, attraverso costanti manutenzioni tutte le vie d’accesso del siracusano, non fu così dopo il suo sfaldamento totale, questo provocò lo spopolamento quasi totale delle città e decretò la fine e la conseguente rovina delle strade di collegamento. Anzi si osserva che le continue scorrerie barbariche che si estendevano dalla costa verso le contrade interne, verso i Monti Iblei, resero necessario lo smantellamento e la copertura delle strade ufficiali con la loro sistematica distruzione, addirittura coprendoli di terra e coltivandoli a grano, con lo scopo principale di cancellare ogni residua traccia possibile che poteva portare questi nuovi invasori verso le abitazioni rupestri. Si assiste allora ad una viabilità ufficiale scomparsa totalmente e volutamente per motivi difensivi, di cui ai nostri giorni vengono alla luce sporadicamente parte dei tracciati, al loro posto è tutto un fiorire d’innumerevoli sentieri appena accennati, mulattiere impervie, guadi, sottopassi nascosti, in definitiva di una viabilità secondaria precaria e conosciuta a pochi.

Le contemporanee calamità naturali: terremoti, pestilenze e carestie, costrinsero ancora di più le popolazioni superstiti ad abbandonare le città distrutte, imputridite e senza speranza, e a tornare ad abitare in grotta. Risorsero così i luoghi caduti dall’oblio, si costruirono nuovi insediamenti, si allargarono e si riadattarono quelli esistenti. Sorsero dei veri e propri agglomerati rupestri che poi nel periodo arabo si chiameranno casali e prenderanno il nome delle famiglie che vi abitarono. Molti di questi casali ci hanno lasciato anche una loro origine etimologica araba, segno che furono abitate da intere famiglie per lunghi periodi. Il villaggio-casale di Mendola o Mende (a pochi chilometri dall’attuale Palazzolo) fu chiamato Rahalbaranis; Rahalbalata i Ddieri di Bauly etc.

L’abitare in grotta non fu una prerogativa solo delle popolazioni in cerca di serenità dalle disgrazie naturali, dalle conseguenze delle occupazioni straniere o dalle guerre. Successivamente, accanto alla gente ormai cristianizzata ben presto s’affiancarono nuclei di religiosi, spinti da una particolare forma di vita: il monachesimo. Monaci che cercavano un sicuro isolamento ed un distacco dalla società civica. Molti erano d’origine orientale, istituirono numerosi cenobi con regole e vita comunitaria o eremi, conducendo un’esistenza solitaria in grotte. Ricavarono luoghi di culto, spesso adattando ambienti rupestri precedenti, comprese tombe, pozzi d’acqua. Scavarono imponenti complessi monastici di dimensioni anche notevoli (vedi San Pietro in Buscemi, San Marco, Santa Lucia di Mendola etc.), distruggendo molte volte le catacombe del periodo precedente paleocristiano. Poi le chiese rupestri furono affrescate con immagini di vita quotidiana, di santi, della Madonna e del Cristo anche di buona esecuzione pittorica. Alcune immagini rimaste fino ai nostri giorni, mostrano personaggi con occhi a mandorla di chiara esecuzione orientale. Attorno a questi centri monastici, si sviluppò una notevole attività religiosa che attirò fedeli dai villaggi vicini. I monasteri divennero quindi un punto di riferimento per la popolazione, sia ai fini alimentari, culturali, religiosi e di difesa comune.

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Con l’avvento dell’epoca “federiciana”, periodo di Federico II di Svevia e con il conseguente arrivo di un periodo di parziale tranquillità e pace, indusse quasi tutta la popolazione a ritornare nelle città, favoriti anche dal grande Federico che addirittura spronò a fondare nuove città e ha ricostruire quelle distrutte. Fu per il siracusano una vera epopea, piena di sforzi comuni, d’iniziative lungimiranti. Fu una rinascita dell’intelletto e della genialità, un richiamo in frenabile verso il miglioramento di tutte le attività umane, una nuova luce illuminò Siracusa e le sue contrade.
Per le abitazioni rupestri si determinò necessariamente un prima parziale e poi definitivo spopolamento, i centri abitativi collinari isolati e poco raggiungibili furono abbandonati. Rimasero solo i religiosi, sicuri di trovare ancora quella tranquillità e il misticismo necessario per la contemplazione del divino attraverso la preghiera e l’amena natura circostante. Rimasero nelle vicinanze pochi nuclei famigliari dediti alla pastorizia e all’agricoltura, che continuò a perpetuare questa tradizione del vivere in grotta fino ai nostri giorni. In alcuni paesi del siracusano e ragusano anche fino agli anni “50.
Poi l’epilogo finale, motivazioni diverse obbligarono i monasteri a chiudere definitivamente, molti ordini monastici si trasferirono, insieme al culto dei santi, nelle città e nei paesi vicini in fase di ricostruzione e sperduti nelle montagne degli Iblei. La diminuzione delle vocazioni alla dura vita monastica portò alla chiusura anche degli eremi. Tutto tornò nell’abbandono e ben presto l’incuria dell’uomo seguita alla furia degli elementi naturali, causarono la parziale o addirittura la scomparsa dei siti, di cui per alcuni oggi restano solo nei toponimi il ricordo delle antiche denominazioni dei luoghi o delle contrade, oppure rimangono le fondazioni appena accennati di chiesette bizantine.
Negli anni 50 la riforma agraria del dopo guerra ha permesso indirettamente, il tenace e sistematico smantellamento delle ultime tracce di questo mondo ormai a noi lontano, di quell’epoca storica però che, nel bene e nel male ci appartiene, perché è stata l’origine di questi popoli che hanno abitato l’altipiano Ibleo e la costa del Siracusano.
Paradossalmente, la morte del latifondo ha decretato la fine di una civiltà unica del suo genere in Italia durata oltre 5.000 anni: l’abitare in grotte. Scompaiono, inghiottiti dall’ignoranza umana e dalla mancata tutela delle istituzioni atte alla vigilanza: borghi, abbeveratoi, cisterne d’acqua, torri d’avvistamento, monumenti, abitazioni. La sorte più inesorabile la subiscono le chiese, sparse un po’ in tutti i Monti Iblei e nel siracusano e ragusano in generale. Le chiese sono adibite a stalle oppure inglobate all’interno delle masserie non per valorizzarle, ma per essere utilizzate come deposito di masserizie. Si distruggono gli affreschi nelle pareti, gli altari sono smantellati e riutilizzati come pietre per riempimento. Anonimi contadini, ormai divenuti proprietari con la riforma agraria, sempre privi di ogni controllo da parte delle autorità, ignari o consapevoli dello scempio che stavano apportando, distruggono tutto e come un esercito di formiche voraci trasformano le “sacre pietre” in muri a secco al fine di delimitare le loro proprietà, oppure utilizzandole per costruire le loro nuove case coloniche. I pezzi di maggior pregio però sono sicuramente vendute e portate lontano dalla Sicilia e ornano oggi numerose case patrizie. Scompare la luce di una civiltà, si spegne per sempre un mondo pieno di fascino e di storia perduta, costruita in millenni e distrutta nel volgere di vent’anni.
Nonostante le innumerevoli e definitive perdite di questo patrimonio, ancora nulla è perduto del tutto, perché sono ancora numerosi i siti che si possono salvare e devono essere considerati patrimonio culturale dei siciliani.
Da questa necessaria premessa daremo inizio al nostro appassionante viaggio attraverso incantevoli itinerari campestri, corsi d’acqua e boschi. Visiteremo numerosi siti archeologici apparentemente meno importanti ma che hanno lasciato un loro fascino incancellabile a coloro che l’hanno visitato.

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